mercoledì 17 aprile 2013

per il mio amico Fabrizio Macchi


Uno su tutti però cambiò la mia percezione del senso della vita.
Incontrai quasi per caso Fabrizio Macchi, che allora voleva imparare a sciare ed era un fan di Alberto Tomba.
L’unico problema, che mi diede non poco da pensare, è che Fabrizio aveva una sola gamba. L’altra gli era stata amputata da bambino per una grave malattia.
Alberto prese sotto la sua ala protettiva quel ragazzo, che, ben presto, fece parte del nostro gruppo di lavoro.
Con enorme stupore venni a sapere che aveva partecipato alla maratona di New York e che avere un arto in meno per lui non rappresentava assolutamente un problema.
Fabrizio abitava a Varese e faceva l’impiegato presso un ufficio pubblico. Riusciva a stare con noi rinunciando alle ferie e pagandosi  viaggi e alloggio.
Verso di lui avevo una sorta di  affettata riverenza che lo innervosiva e lo faceva sentire a disagio.
Fabrizio non si sentiva affatto diverso da noi tant’è che rifiutava la protesi che lo avrebbe identificato in maniera netta come un disabile.
Alberto, invece, lo prendeva in giro e lo “sfotteva” proprio facendo riferimento alla sua menomazione in maniera tale da farlo sentire partecipe in maniera attiva del nostro team.
Ben presto anch’io mi adeguai e, tra di noi, non vi furono più barriere e ipocrisie.
In effetti Fabrizio era un vero atleta che non aveva nulla da invidiare agli sportivi più forti.
Era un esempio per dedizione e tenacia. Si allenava tutti giorni per diventare uno sciatore, lui che a malapena aveva calpestato la neve.
Fabrizio era più forte del male (tanto per citare il titolo del suo libro autobiografico), che lo aveva assalito. Aveva voglia di vivere e trasmetteva serenità.
Attingevamo a piene mani dalle sue motivazioni, e credo che anche Alberto gli fosse grato, perché da quel ragazzo avevamo tanto da imparare.
Ricordo, che durante un nostro ritiro di allenamenti  in Abruzzo, feci con lui la traversata del Gran Sasso. Ogni tanto gli chiedevo come andasse ma in realtà ero io che facevo fatica a stare al suo passo.
Ero sicuro che sarebbe diventato un ottimo sciatore, come poi accadde, ma non smise mai di stupirmi, negli anni successivi, quando le nostre strade si divisero.
Leggevo sui giornali dei suoi successi sportivi e spesso mi commuovevo.
La mia ammirazione per lui è tale che oggi sono orgoglioso di poter dire che lo conosco.
Fabrizio ora è diventato un ciclista di fama, si è sposato ed ha avuto un figlio. Ha vinto un bronzo alle paraolimpiadi  e dal 2002 in poi ha messo al suo collo due medaglie d’oro, due d’argento e quattro di bronzo ai mondiali. Nel 2001 ha stabilito il record dell’ora su pista percorrendo 45,870 chilometri.
Quel ragazzo che allora aveva ventidue anni mi fece capire cosa vuol dire non mollare mai. Quando ho qualche problema e mi sento giù, quando sento che potrei non farcela penso sempre a Fabrizio e al suo grande sorriso.

martedì 3 gennaio 2012

PER SPIEGARE COS'E' L'EPOC ANCORA UNA VOLTA VORREI PRENDERE SPUNTO DAL MIO LIBRO "MA GUARDA IL SIENA", RIPORTANDONE IL TRATTO SALIENTE:


Due anni fa, ebbi un colloquio con Rudy Tavana, ex Storico Medico del Milan, il quale mi riferì di essere stato in Scandinavia e di avere appreso da alcuni suoi colleghi che allenavano i propri Atleti, dediti alle Discipline Aerobiche, non più in maniera tradizionale ma semplicemente prendendo in esame i valori che si riferivano all’EPOC.

All’inizio, devo dire la verità non diedi molto peso alla cosa ma poi, come spesso mi accade, cominciai a rimuginarci sopra e mi ricordai che Giovanni Saracini me ne aveva già parlato un anno prima poiché la “Suunto” Azienda Finlandese, produttrice di Orologi cardiofrequenzimetri, offriva su alcuni modelli, la possibilità di calcolare il “Training Effect” e “l’Epoc” semplicemente inserendo alcuni parametri personali.

Non ci pensai due volte, telefonai a Giovanni, il quale è tra l’altro Referente Tecnico della “Suunto” nel nostro Paese, e gli chiesi un incontro con il Responsabile Marketing in Italia.

Ebbene dopo due anni di collaborazione fondamentale con la Società Finlandese posso affermare, con orgoglio, che abbiamo scritto una pagina importante per mole di lavoro e di Ricerca applicata ai metodi di allenamento per il miglioramento della Potenza aerobica applicata al calcio senza eguali al mondo.

Ma vediamo nel dettaglio cosa vogliono dire “Training Effect” ed “Epoc”.

L’EPOC

L’EPOC (Consumo Eccessivo di Ossigeno Post Esercizio) indica il quantitativo supplementare di ossigeno richiesto dal corpo per recuperare dopo l’esercizio fisico. Se combinato con il livello di forma fisica corrente, dirà quale effetto ciascuna sessione di allenamento ha avuto sulla forma fisica. Descrive il livello generale dell'omeostasi corporea disturbata dall'esercizio e più intenso esso è stato, maggiore sarà l'EPOC: più a lungo un alto livello di intensità può essere mantenuto, maggiore sarà l'EPOC.

La misurazione dell’EPOC unita al Training Effect (Effetto di Allenamento) fornisce dati sull’attività fisica indispensabili per gli Atleti Professionisti e per tutti coloro che vogliono allenarsi in modo corretto ed efficace. L’Effetto di Allenamento è un indice del miglioramento della forma fisica aerobica raggiunto attraverso l’allenamento. Indica in particolare la prestazione massima del sistema cardiovascolare e la capacità di resistere alla stanchezza durante un allenamento di resistenza. Non fornisce, tuttavia, dati diretti sulle conseguenze per la forza e la velocità. A riposo, il sistema è in equilibrio (equilibrio omeostatico). Per avere un determinato Effetto di Allenamento, è necessario che questo equilibrio venga scosso, ad esempio sottoponendo l’organismo a uno stress fisico a cui reagire. Questo sforzo è conosciuto come stimolo di allenamento. La reazione dell’organismo allo stimolo causato dall’esercizio fisico equivale alla produzione di un Effetto di Allenamento. Maggiore è la forma fisica, maggiore dovrà essere lo sforzo durante l’allenamento per poter migliorare le proprie prestazioni.

domenica 30 ottobre 2011

Cos'è l'EPOC?

Il segreto per il miglioramento della potenza aerobica, qualità indispensabile nel calcio è in questa diapositiva. Con il Siena lavoriamo basando il monitoraggio dell'allenamento sull'EPOC. Di cosa si tratta? ne parlerò nei prossimi giorni.

Per acquistare "Scarponi e Scarpini"

Il sistema migliore acquistare il mio libro è rivolgersi direttamente alla casa editrice NOUBS tel. 327 9960722

Estratto dal libro "Scarponi e Scarpini"

Oggi ho il piacere di pubblicare alcune parti estratte dal mio libro "Scarponi e Scarpini" . Così, tanto per conoscerci un pò meglio.



Vi racconto un po’ di me per conoscerci meglio

Come sono diventato Allenatore? Difficile dirlo. La vita ti scorre davanti: studi, famiglia, sport, hobbies, amicizie, viaggi, vacanze, che neanche te ne accorgi.

Dovresti - o forse potresti- trovare un lavoro sicuro, magari come dipendente statale, invece, eccoti lì, ad arrovellarti per sfuggire alla routine quotidiana che ti assedia e ti spinge a diventare un ribelle, e cioè uno che non vuole seguire l’esempio dei suoi sei fratelli, tutti diplomati o laureati. Tutti in ufficio: telefonidistatocomuneinpsinailregionepubblicaistruzione.

In Abruzzo la vita scorre lenta. Chieti è un piccolo centro in cui Leopardi avrebbe avuto materiale in abbondanza per piangersi addosso. Colpa della gente. Colpa di quella mentalità paesana che non lascia crescere e non lascia spazio all’intraprendenza.

L’Abruzzo è come una cerniera tra l’Italia che avanza e l’Italia che rallenta. Come tutte le lampo, a volte scivola bene che è una bellezza, altre volte s’intoppa e non c’è verso che si rimetta a posto.

Per sentirmi vivere, me ne andavo in montagna a far scalate ed in seguito a sciare. A sedici anni. Gli sci ai piedi li avrei messi a venti.

Ero orgoglioso di far parte del corpo nazionale del soccorso alpino. Per me, salvare la gente in pericolo, in montagna, era una missione. Avevo una paura fottuta ogni volta che partivo per un intervento, però non potevo farne a meno. Mai mostrarmi debole, però, e soprattutto a me stesso!

Mia madre piangeva e si disperava. Andavo via in piena notte con la luce delle lampade frontali, un elicottero mi scaricava in mezzo alla neve e il corpo immediatamente cominciava a pulsare e la mente a immaginare qualcosa di grandioso, per chi non si accontenta del quotidiano.

Ho cominciato a sciare grazie ai miei amici Sergio che mi aveva prestato un paio di “Lamborghini” in legno e Silvia che mi aveva dato qualche consiglio. Il giorno del battesimo tirava un vento micidiale e c’era una nebbia meneghina.

La neve era ridotta ad una lastra di ghiaccio.

Mi ero posto un obiettivo? Non potevo rinunciarvi. La prima discesa fu un disastro.

Caddi e mi feci male all’osso sacro, ma continuai imperterrito. Per anni , sentii quelle fitte di dolore ripresentarsi, ogni tanto.

Avevo incrinato il coccige.

Non mi fermai. Divoravo riviste specializzate di sci e andavo in montagna per intere settimane.

Lo sci mi aveva stregato.

Non so dire perché era diventato per me punto di orgoglio, se c’entrava la passione o se la prima concreta realizzazione del giovane uomo, o se invece qualcosa bolliva nella pentola del mio inconscio, che aveva subodorato qualcosa.

Spesso nella mia vita ho compiuto scelte dopo che fugaci pensieri rivolti a immaginare scenari futuri avevano attraversato la mente.

“Sarebbe bello fare quel lavoro lì, vero?” commentai rivolgendomi a mio fratello Guido mentre assistevamo in televisione a un reportage sull’allenamento atletico degli sciatori azzurri.

Avevo appena sedici anni.

Non lo confessavo neppure a me stesso, ma mi allenavo e studiavo per diventare maestro di sci.

Qualcosa - la componente fredda delle mie motivazioni- mi suggeriva che dovevo fare qualcosa che avrebbe potuto offrire una continuità alla mia passione, da riuscire utile anche nel momento in cui la forza e la concentrazione per compiere le arrampicate sarebbero venute meno.

Probabilmente tutto questo sarebbe accaduto non prima di venti anni, ma io già ci pensavo.

Un giorno di liceo, al mio compagno di banco Franco che mi diceva : “Che brutto, quando saremo adulti ed ingrasseremo perché non faremo più attività sportiva”, risposi: “A me non accadrà perché io farò l’Isef e poi l’allenatore” .

In verità, pensavo che non avrei fatto mai l’allenatore, nonostante le dichiarazioni e le premonizioni, perché nel mio immaginario mi rappresentavo questa figura come quella di un uomo anziano, non più scattante e aitante.

Invece, io, mi sentivo forte e invincibile, e il solo pensiero di non potere più fare sport agonistico, mi faceva venire la nausea.

Era il periodo in cui, oltre alla montagna, frequentavo il giro dell’atletica leggera.

A ventiquattro anni sciavo, sì e no, benino, ma credevo di essere un grande campione.

D’altronde, non capita così a sciatori, pescatori, cacciatori?

Incontrai Lucio, un amico con il quale andavo a fare atletica, per il corso principale di Chieti mentre ero alla “sesta vasca”.

Ho il bando di concorso per entrare nella scuola di specializzazione di Roma, riservato agli sport della montagna. Vuoi provare?

La specializzazione alla “Scuola dello sport” di Roma

Arrivai a Roma che avevo il terrore addosso.

Il concorso era per titoli ed esami, e c’erano sette posti in tutta Italia riservati per lo sci alpino. L’unico titolo che possedevo era quello dell’Isef.

Partecipavano al concorso anche quattro preparatori atletici della nazionale di sci.

Dando per scontata la loro ammissione, rimanevano tre posti liberi.

Venne il mio turno e mi sedetti di fronte all’esaminatore: Hubert Fink. Occhi azzurri e un manto bianco di capelli che contrastavano con l’abbronzatura. Se fossi stato un pubblicitario l’avrei scelto per lo spot della Rossignol, altro che Alberto Tomba!

Bleffai a più non posso.

Ero cosciente di raccontare balle mostruose, ma la cosa più incredibile è che ero certo che quell’uomo che avevo davanti se ne rendeva perfettamente conto.

Nonostante questo, eravamo in piena empatia.

Lui capiva che io volevo a tutti i costi quel posto ed era affascinato dalla mia forza di volontà.

Gli devo tanta stima e riconoscenza.

Mi diede fiducia.

Nella mia vita, ho sempre nutrito un sentimento di profonda devota riconoscenza nei confronti di chi mi ha dato fiducia.

So di poter dare molto, se mi impegno. Inoltre, è mia caratteristica non arrendermi mai, se ci sono giusti motivi per non mollare.

Furono i due anni più belli della mia vita.

Roma è una città stupenda, piena di fascino e magia. Avevo una borsa di studio di novecentomila lire al mese, più vitto e alloggio; libri di testo gratuiti; i migliori insegnanti (Dal Monte; Conconi; Vittori; Bellotti; Saibene; ecc.).

Ogni fine mese, facevamo una settimana sulla neve con un istruttore.

Attilio era bravissimo e simpatico, veniva da Madesimo. Si vedeva che ci metteva il cuore per insegnare.

Mi resi conto che il mio livello era davvero scarso, e questa considerazione mi faceva montare una sorta di magone, a metà tra la collera e lo scoramento.

Una volta, il signor Fink, che mi guardava fare serpentina, mi disse: “Dimentica questa discesa”. Me lo disse nel tono tipico delle persone di montagna, secco, senza possibilità di appello. Al Sud siamo abituati ad avere sempre una via di uscita. Il Signor Fink mi aveva ferito profondamente. Ero con le spalle al muro.

Non mi abbattei. Continuai ad applicarmi e a provare all’infinito, per cercare di correggere gli errori. Fino a che, da brutto anatroccolo, mi trasformai in cigno.

Ero pronto per tentare l’esame, per diventare Maestro di sci.

La prima volta, a Piancavallo, fui rimandato e mi diedero un’altra chance al Terminillo. Sciai davvero bene, ero gasato al massimo. Superai le prove di preselezione.

Al Passo dello Stelvio il corso durò tre settimane. Così così nelle esercitazioni pratiche, presi invece i massimi voti nella teoria.

Ero finalmente Maestro di sci.

Avevo imparato a conoscere molto bene i miei colleghi di corso e, ovviamente, i quattro preparatori nazionali, che facevano i leader del gruppo e tiravano le fila di tutto quello che riguardava il tempo libero: feste, cene, discoteca. Loro, prendevano tutto come un gioco.

Per me, invece, era tutto maledettamente serio.

Avviai pertanto un processo di immedesimazione. Feci una di quelle cose che, quando ci penso, mi vengono i brividi. Realizzai che avrei dovuto avvicinarmi di più a quei quattro preparatori, pensare come loro, comportarmi come loro: senza far pesare loro la mia scelta. Cercai anche di ripulirmi dalla cadenza dialettale abruzzese. Stetti al loro gioco. Diceva Amendola: “In guerra per sopravvivere bisogna imparare la lingua del nemico”.

Marco, Stefano, Massimo e Bruno non erano miei nemici ma io dovevo arrivare a toccarli, per trasformare in realtà i sogni. Poiché il mio sogno, ora, era quello di diventare preparatore atletico delle squadre nazionali di sci.

Se da una parte frequentavo la loro compagnia e la loro voglia guascona di dimostrare di essere arrivati, dall’altra studiavo come un matto, ed ero diventato il più bravo del corso.

Un giorno, Massimo, il più “dandy” dei quattro ma anche quello con più credibilità, mi chiese se ero disposto ad accettare il ruolo di preparatore atletico al posto di Marco che per motivi familiari doveva rinunciare.

Non credevo alle mie orecchie, quasi piangevo per la gioia e tremavo, mentre un turbine di immagini mi sconvolgeva la mente. Continuavo a dirmi: “Io... ..Proprio io? io ?

Ricordo che Massimo mi chiese mille volte se ero convinto di intraprendere quel lavoro, poiché le difficoltà erano enormi e c’era il problema che ogni volta avrei dovuto percorrere circa milleduecento chilometri in più (tra andata e ritorno) dei “nordici”, per arrivare a Milano, luogo di ritrovo prima delle trasferte.

La cosa non mi sfiorò minimamente, e accettai senza pensarci due volte. Al Signor Fink, dissi: “Stare a casa sette ore o viaggiare sette ore per me non fa differenza”. Lo dissi con il tono tipico della gente del nord, che non lascia spazio ad alcuna risposta.

Ricordo che quando mi telefonò per darmi la notizia Sepp Messner, a quel tempo direttore tecnico dello sci italiano, ero in vacanza a Francavilla al Mare, in Abruzzo.

Non stavo più nella pelle per la gioia. In un secondo, vidi davanti a me tutta la folgorante carriera che mi attendeva. Successi incredibili, luci della ribalta e guadagni favolosi.

Il signor Messner mi aveva detto di mettermi in contatto con una certa Luisella, per gli accordi del contratto.

Mi chiedevo: “chi sarà Luisella? Un direttore commerciale o una sorta di direttore sportivo come nel calcio? Oppure il presidente in persona?”

“Grande Federazione”, mi dissi, “se come capo hanno una donna. Farò dunque parte di un gruppo di tecnici di una Federazione giovane e all’avanguardia”.

Composi il numero che mi tremavano le mani. Misi giù il telefono un paio di volte, prima di riuscire a vincere l’emozione.

Alla fine mi feci coraggio: “Pronto? Vorrei parlare con la signora Luisella, per favore”.

“Signorina prego”, rispose una voce tagliente come un machete.

“Buongiorno, mi scusi per il disturbo, sono D’Urbano e il Signor Messner mi ha detto…”

“So tutto, e il tuo contratto è di seicentomila lire al mese”.

Ebbi un momento di panico. Forse avevo capito male. La voce mi si strozzava in gola e dovetti chiedere di nuovo la cifra, che mi venne confermata, in maniera stizzita.

Ringraziai e salutai.

Mi sarei messo a piangere. Non potevo crederci. Cosa avrei detto ai miei genitori? Che ero diventato un allenatore degli sciatori che si vedono in televisione e che mi avevano offerto uno stipendio da aiuto cameriere?

Come era nel mio stile, ci pensai su qualche giorno, dopodiché ritelefonai alla Luisella. Anche perché, nel frattempo, mi ero informato e avevo scoperto che la mia referente era “soltanto” la segretaria dell’ufficio sci alpino, mentre il presidente era nientepopodimenoche, il mitico Arrigo Gattai: inarrivabile e supremo.

“Buongiorno, sono D’Urbano e vorrei…”

“Dimmi”, tuonò la Luisella.

“Senta Signorina Luisella”, dissi, pensando che essere premuroso e cordiale avrebbe giocato a mio favore.

“Io so che forse disturbo, ma a proposito del mio contratto, sa, mi sembra che seicentomila lire siano un po’ poche, e vorrei…”

“Senti”, incalzò in maniera cerbera la segretaria, “lo sai che ci sono preparatori atletici nella nostra Federazione, che lavorano da anni e guadagnano poco di più? Se non ti sta bene, non sei costretto ad accettare. Abbiamo fila di allenatori che prenderebbero il tuo posto”. E riattaccò.

Mi sentii tanto Fantozzi.

Faccio parte della squadra nazionale di sci

Arrivai a Cecina in treno e presi servizio. Tutto sommato, gli otto giorni di lavoro con la mia squadra di atleti, andarono abbastanza bene.

Avevo affiancato, per quel breve periodo, Marco, il preparatore atletico uscente.

Tornai a casa con l’Alfasud color granata in dotazione, le cui fiancate erano coperte da mille scritte che ne identificavano la destinazione d’uso: “squadra nazionale di sci”; “Federazione Italiana Sport Invernali”, gli Sponsor “Grana padano”, ecc.

Ero fiero e mi sembrava che tutti mi guardassero.

In effetti la mia sensazione era giusta. Avevo perduto la marmitta, che strisciava per terra e faceva mille scintille.

Mi fermai in albergo, intanto che in officina cambiavano il pezzo. Ero a cinquanta chilometri da Cecina. Hotel e marmitta mi costarono mezzo stipendio.

Riuscii a farmi cambiare la macchina dopo un po’, facendo leva sul fatto che le mie trasferte, più che normali viaggi per raggiungere le località di allenamento, erano vere e proprie epopee.

Partivo ogni volta da Chieti, e il ritrovo con gli atleti era a Milano. Loro, salivano in macchina freschi e pimpanti mentre io ero già distrutto per i seicento chilometri di avvicinamento compiuti. Prima di andare a Stilfserjoch o Schnalstal o Courmayeur o Zermatt, Saas Fee. Dio solo sa come abbia fatto in quegli anni.

Mi diedero una 131 Supermirafiori a gasolio.

La presi in consegna a Colico, ridente località all’ingresso della Valtellina. Era parcheggiata, piena di scritte, di fronte alla stazione ferroviaria.

Partii, contento di avere risolto il problema ma, dalle vibrazioni del volante, mi resi conto che qualcosa non andava.

Scesi ed inorridii. Dai pneumatici spuntavano fuori fili di acciaio o forse di altro materiale, che ne costituivano l’anima.

Cambiai tutti e quattro i pneumatici e la Federazione mi rimborsò la metà della spesa.

Attraversavo tutta l’Italia in lungo e largo, andata e ritorno, per sei volte al mese, e mi capitava di tutto. Dovevo fare i conti con il freddo che gelava il gasolio nel serbatoio, facendo blocchi di paraffina. Perciò, dovevo farlo smontare e pulire spessissimo, mentre, altrettanto spesso, dovevo fermarmi in corsia di emergenza, tentando di scaldare i tubi che portavano il gasolio ai filtri, mediante coperture di carta di alluminio improvvisate e quanto mai rozze.

Il peggio doveva ancora arrivare. I quindici gradi sottozero dei posti dove andavamo ad allenarci o a gareggiare, facevano saltare in continuazione uno dei due filtri del gasolio, che era in vetro. Siccome l’auto era fuori produzione, il pezzo di ricambio non si trovava. Quante volte sono rientrato a casa in treno o in autostop, e poi tornato a riprendere la macchina. Quante volte sono stato ospitato in casa di amici, quante volte ho dovuto dormire in albergo. Facevo una vita da zingaro, e per di più, non avevo una lira in tasca, spendendo ogni risorsa per fare accomodare un’auto che mi lasciava spesso e volentieri a piedi.

Tenevo duro. Non volevo mollare. Sentivo che ce l’avrei fatta. Che le cose, prima o poi, si sarebbero aggiustate e messe per il meglio. Nonostante le difficoltà, mi piaceva sentirmi investito di quel ruolo così importante.

Riuscii perfino a superare con nonchalance l’ennesimo schiaffo inferto al mio orgoglio quando una signora, in autogrill, mi chiese se ero l’autista della Centotrentuno Supermirafiori parcheggiata fuori.

Annuii, timoroso. Quell’auto, aveva un che di inquietante. Era capace di attirare ogni sorta di guai.

“ A cquande le vinne lu furmagge signò ? “ mi chiese con marcato accento abruzzese;

“ Formaggio ? ”:

“ Nen vvinne lu furmagge ? ” :

“ No , veramente io faccio l’allenatore della … ”

“ E ppecché ti’ la scritte de lu furmagge a la machene? ;

“Ah, ho capito, lei dice la scritta dello sponsor sulla macchina”;

“ De chi? Vabbo’ uaglio’ so' capite ca ni' mmi vu’ da’ niènde ”.

Chissà, se a Lippi o Sacchi è mai successo qualcosa del genere…

La squadra che allenavo, era composta da dodici atleti, che io chiamavo, scherzando, “quella sporca dozzina”.

Erano delle teste matte ma, d’altra parte, per calarsi su piste ghiacciate e ripide a 140 chilometri all’ora, qualcosa di diverso, nei cromosomi, dovevano pur averlo.

Un giorno, il più piccolo del gruppo, un vero attaccabrighe, stava litigando con il più grande, un colosso. Assistevano alla scena almeno altri quattro o cinque atleti che, manco a dirlo, si divertivano da matti.

Qualcuno gridò al colosso: “Se non gli dai almeno un pugno sul naso a quel nanerottolo, sei un coniglio”. Detto, fatto. La sventola arrivò con grande violenza, ed il sangue cominciò a uscire a fiotti. Diagnosi: setto nasale rotto e conseguente punizione per i due.

Probabilmente il colosso aveva reagito d’istinto, a quella che era divenuta nella dinamica di gruppo, una sorta di legge non scritta: chi veniva tacciato di essere un coniglio, non era degno di stare nella squadra di discesa libera.

C’era un altro gigante in squadra: un ragazzone alto un metro e ottantacinque per novanta chili ed aveva una forza nelle mani spaventosa.

Al bar del suo paese, qualcuno lo prendeva in giro. Ci scappò una rissa. Intervenne un carabiniere, che, nel trambusto, beccò un pugno sul naso. Il gigante fu denunciato e perdemmo un talento dello sci azzurro.

Quella prima stagione di lavoro si avviava al termine. Ci attendevano le gare europee, che si sarebbero svolte a Jasna, sui monti Tatra, in Cecoslovacchia.

Partimmo con due aerei charter. Uno decollò da Sofia, un Tupolev dell’Aereoflot russa. Uno da Bratislava con a bordo le squadre nazionali femminili. Il pilota di quest’ultimo, quando vide l’aereoporto militare su cui doveva atterrare, fece dietro front.

Noi planammo alla meno peggio con decine e decine di paia di sci, che, caricate in prima classe, premevano contro la cabina di pilotaggio.

L’ultima sera si scatenò il pandemonio nell’albergo che ospitava le squadre di sci provenienti da tutto il mondo.

Era stata organizzata, infatti, dal comitato d’onore di Coppa Europa, una sfilata di moda e, mentre le modelle facevano del loro meglio, ci furono episodi di tifo calcistico nei loro confronti dovuti a qualche bevuta di troppo.

Rimasi scosso da quell’episodio, ma non ebbi la lucidità necessaria per poter giudicare in modo obiettivo. Semplicemente rimossi. Tant’è che oggi penso che forse tutto questo me lo sia immaginato.

La stagione era terminata e c’erano stati grandi cambiamenti in Federazione. Avevano silurato il direttore tecnico, ed era stato nominato, al suo posto, l’ex della “valanga azzurra”, l’altoatesino Helmuth Schmalzl (che in italiano vuol dire burro fuso).

Avevo una gran paura che anche la mia avventura potesse finire improvvisamente così come era cominciata.

Era mattina e poltrivo nel letto. Mi ero appena trasferito a Milano.

Il telefono squillava nella camera disadorna e il suono rimbombava in tutta la casa. Non potei fare a meno di alzarmi. Scattai in piedi carico di adrenalina. Ripensandoci bene, ero forse ancora teso, dopo una stagione di allenamenti e gare, densa di avvenimenti e pesanti trasferte. Lo stress accumulato era stato veramente notevole.